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sabato 8 marzo 2014

Monuments Men

- Perché l'arte è parte della storia di un popolo
- Per la bellezza di una storia vera
- Perché l'emozione che da un'opera d'arte non può darla nessuno

 


Basato su una storia vera, questo film, con la regia di George Clooney, racconta di 7 uomini americani, tutti esperti d'arte, assoldati durante la seconda guerra mondiale per salvare le opere d'arte che i nazisti trafugavano e restituirle ai legittimi proprietari.
Una missione che fa onore a questi ultimi se non fosse che, in realtà, per compierla, proprio loro hanno distrutto opere architettoniche che, probabilmente oggi sarebbero l'ennesima attrattiva europea.

Una missione compiuta per salvare la storia, la nostra storia, quella che oggi ci permette di sapere chi siamo e che Hitler avrebbe voluto cancellare con la sua caduta.
Il progetto del Führer, fortunatamente fallito, era quello di costruire un mega museo (Führer museum) e riempirlo con tutte le opere d'arte degli artisti più importanti mai esistiti, un'unica attrattiva nella sua Germania ideale.




Un bel principio quello di rischiare la propria vita e morire per l'arte, un principio che al giorno d'oggi ci fa pensare parecchio, un pensiero riferito all'Italia e a quello che sta succedendo alla cultura - solo l'idea che si possa cancellare la storia dell'arte nelle scuole significherebbe cancellare la nostra storia - creando ignoranza e superficialità.

Un cast di uomini ben assortito ad interpretare "eroi" che probabilemente avrebbero dovuto avere più spazio (George Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Bob Balaban, Dimitri Leonidas) con un unico personaggio femminile, una brava e austera Cate Blanchett (Claire Simone), curatore museale a Parigi, che fornisce un importante aiuto a Matt Damon (James Granger) (e ai monuments man) nel ritrovamento e la ricatalogazione delle opere trafugate.

Un film che, "nonostante la guerra" risulta leggero a tratti simpatico, romantico e nostalgico e probabilmente, per tutto quello che ci sarebbe stato da raccontare, anche troppo breve.


Madonna di Bruges - Michelangelo
Dama con l'ermellino - Leonardo Da Vinci


marel

sabato 22 febbraio 2014

12 Anni Schiavo

- Per capire, anche se fa male.
- Per non dimenticare.
- Perché sai che non sono solo 12 anni.

Sei un negro eccezionale, e questo non ti porterà molto lontano.”





1841. Un giorno sei con la tua famiglia, nella tua città (Saratoga, NY), uno degli stati non schiavisti degli Stati Uniti; il giorno dopo sei solo perché tua moglie accetta un lavoro temporaneo lontano da casa. Tre settimane senza vederla, ce la farai? Sebbene sia una sfida difficile da superare per un marito innamorato, non sarà l’unica che dovrai affrontare. Senza che tu te ne accorga verrai ingannato attraverso un’illusione, ti drogheranno, ti imprigioneranno e ti venderanno come una bestia; ti cambieranno il nome, ti trasferiranno nel Sud schiavista e finirai la tua vita di uomo libero, forse.
Il film del regista inglese Steve McQueen, è il terzo in circa due anni (dopo “Lincoln” di Spielberg e “Django Unchained” di Tarantino) a confrontarsi col tema della schiavitù. Basandosi su una storia realmente accaduta, McQueen offre un ritratto crudo, forte e incredibilmente disumano dell’odissea personale di Solomon Northup, stimato violinista nero che si ritrova improvvisamente davanti alla cattiveria e prepotenza di quegli anni. Solomon passa da un padrone all’altro, di male in peggio, subisce umiliazioni infinite, viene punito per qualsiasi iniziativa personale ma affronta con dignità e coraggio la follia animale dei proprietari di schiavi, sempre più accecati dalla bramosia, dall’odio e dall’ignoranza. Sulla sua strada, che appare sempre più in salita, apparirà un altro uomo solo e libero, un 
viandante che permetterà a Salomon di non cedere all’odio ma di attendere il riscatto.






Umanità e fierezza sono infatti i sentimenti che l’attore protagonista Chiwetel Ejiofor riesce a trasmettere e a sostenere per l’intero film, in netto contrasto con la brutalità, a volte anche ridicolizzata, magistralmente resa da Michael Fassbender (Epps). Il piano sequenza scelto da McQueen per le scene più crude dà la sensazione della velocità, dell’irrazionalità delle azioni commesse e lascia nello spettatore un senso di empatia straziante che può portare cinicamente a contare le frustate inferte. Notevoli le interpretazioni delle attrici Lupita Nyong’o (Patsey) e Adepero Oduye (Eliza), le uniche voci con cui Solomon ha un sincero confronto.





L’intento di McQueen traspare timidamente tra le righe. Il trasferimento forzato verso i campi di lavoro del Sud a bordo di un battello stipato di uomini, donne e bambini; i nomi veri dimenticati e sostituiti dai nomi da schiavo; l’obbligo di assistere all’uccisione e alle tremende punizioni inferte ai compagni di lavoro. I passi pesanti che piombano di notte nelle camerate e la speranza che la follia di quel momento non si avventi su di te, i piaceri del potente da soddisfare perché sostiene di poter disporre di come vuole “con ciò che gli appartiene”, evocano eventi (e film) tristemente noti in Europa e meritano di essere osservati con gli stessi identici occhi. Identici.

AuLin